Ecopelle, pelle vegana e similpelle: facciamo chiarezza

Concia delle pelli a Marrakech, Marocco

Ecopelle, pelle vegana e similpelle: facciamo chiarezza

Ecopelle, pelle, similpelle o vegan leather? Spesso questi termini vengono usati erroneamente: cercheremo dunque di sfatare i falsi miti e comprendere, per quanto possibile, quali tra questi tessuti siano meno impattanti per l’ambiente o più indicati per la community cruelty free.

 

Pelle e cuoio

E’ uso comune definire cuoio la pelle più dura utilizzata per fare scarpe e portafogli, mentre tutto ciò che risulta più morbido al tatto viene chiamato pelle. Tuttavia, mentre in inglese Cuoio e Pelle vengono tradotti entrambi con il termine leather, nell’italiano corretto la pelle è il materiale che si ottiene prima della concia, l’insieme dei trattamenti volti a fermare la decomposizione naturali delle pelli, mentre il cuoio è il prodotto finale.

 

La Concia

La storia

Attività nata nella Preistoria e consolidata durante il Medioevo, la concia è il sistema di trattamenti adottati per fermare il processo di decomposizione delle pelli e renderle piacevoli sia al tatto che alla vista. A seconda del risultato che si vuole ottenere esistono diversi tipi di concia, il processo però rimane sempre lo stesso ed è  diviso in tre step fondamentali: Lavorazione di Riviera, Concia e Rifinizione. Il processo conciario è costituito da un alternarsi di lavorazioni meccaniche e lavorazioni chimiche, durante le quali l’uso di ingenti quantità d’acqua è indispensabile.

Le tipologie di concia

Fino al 1800 tre erano le lavorazioni più comuni: la concia all’aldeidi, la concia al vegetale e la concia all’allume.
La prima è considerata la più antica di tutte, essa infatti prevedeva l’utilizzo di fumi provocati da focolai di foglie o legame fresco e volti a fermare la decomposizione del pellame. La seconda invece vede l’impiego di tannini naturali, sostanze ricavate dalla corteccia di alcuni alberi. A seconda del tipo di albero il cuoio poteva assumere diverse sfumature di colore. Questo metodo è utilizzato ancora oggi, sebbene i macchinari utilizzati abbiano reso il processo più raffinato. Infine la concia all’allume è così chiamata perché svolta utilizzando composti derivanti  dall’alluminio.
Alla fine del 1800 si inizia ad utilizzare quello che poi diventerà il metodo maggiormente adottato: la concia al cromo. Derivato da sostanze di origini minerarie, ”i sali di cromo”, questo tipo di concia è favorito dalle grandi industrie perché più economico e veloce da impiegare.

Concia delle pelli a Marrakech, Marocco

Concia delle pelli a Marrakech, Marocco

 

L’impatto della concia


L’allevamento di animali, l’utilizzo di ingenti quantità d’acqua e l’applicazione di sostanze chimiche sono elementi legati alla concia dei pellami che rendono questo processo dannoso non solo per l’ambiente, ma anche per la salute delle persone. Per portare un esempio pratico dell’impatto della concia, basta pensare al distretto conciario situato a Santa Croce sull’Arno, vicino a Pisa, dove per depurare le sole acque di concia esiste il più grande depuratore d’Europa. Se non opportunamente controllati, i processi possono non solo portare all’inquinamento idrico, ma anche alla distruzione dell’ecosistema attorno al distretto conciario e ad una progressiva riduzione della vivibilità della zona, con conseguenze non solo sulla salute dei lavoratori , ma anche della popolazione circostante.

Oggi la lavorazione maggiormente utilizzata è quella al cromo, questa viene infatti utilizzata per il 90% dei pellami a livello mondiale. La rivista Forbes ha analizzato nel 2018 i pro e i contro di questo tipo di lavorazione, paragonandola alla concia al vegetale. Per quanto riguarda l’impatto ambientale dei due tipi di lavorazione, l’ago della bilancia ha favorito la concia fatta con i tannini derivati dalle cortecce, più sostenibile rispetto ad una concia effettuata con tannini minerali. La concia al cromo infatti, se non svolta correttamente e sottostando a dei regimi molto stretti, aumenta i rischio di inquinamento del suolo e di malattie per i lavoratori. Per questa ragione Kering, assieme ad altri brand di lusso, ha introdotto nelle loro concerie sistemi ”metal-free”, riducendo esponenzialmente l’utilizzo della lavorazione al cromo. L’esempio di ATP Atelier risulta lampante in questo scenario, l’azienda infatti concia solo il 15% dei suoi capi al cromo, e lo fa in Italia, paese con le più stringenti norme per la concia dei pellami.

 

Pelle ed ecopelle

Sia la pelle che l’ecopelle sono prodotti di origine animale, la loro differenza non risiede nel materiale, bensì nella produzione e nelle tecnologie impiegate durante la lavorazione in conceria.

La distinzione tra pelle ed ecopelle risiede nella distinzione fatta dal protocollo a basso impatto ambientale stabilito dalla norma Uni 11427-2011/2015 “Cuoio-Criteri per la definizione delle caratteristiche di prestazione di cuoi a ridotto impatto ambientale”. Per essere definite a norma per la produzione di ecopelle le aziende conciarie devono disporre di specifiche certificazioni. Ad esempio Nuti Ivo Group, fornitore di alcuni dei più importanti marchi di lusso, è attualmente in possesso di otto certificazioni diverse ed è in fase di certificazione per ulteriori due.

Nonostante le norme sopracitate, la scelta delle materie prime e il tipo di processo adottato possono rendere il prodotto più o meno sostenibile. Per realizzare l’ecopelle il settore conciario recupera un sottoprodotto di origine animale derivante per il 99% da animali allevati a fini alimentari, gli allevamenti però possono essere soggetti a diverse legislazioni a seconda che siano situati in Italia, Europa, o all’estero.
Con orgoglio possiamo affermare che in Italia la quasi totalità della pelle conciata è eco. La penisola ha infatti una legislazione molto severa riguardo la concia dei pellami, con norme riguardanti sia il trattamento delle pelli, sia la tutela della salute degli operai (codice di responsabilità sociale UNIC).

allevamenti intensivi

 

Similpelle e Fintapelle

Similpelle (o pelle sintetica)

La similpelle, o pelle sintetica, si può trovare sul mercato in più forme e lavorata secondo diversi trattamenti. Nella maggior parte dei casi però, si tratta di un prodotto di origine industriale ricavato da fibre sintetiche sulle quali, per riprodurre la consistenza e le sfumature della pelle vera, vengono applicate delle resine poliuretaniche (sulle etichette PU).

 

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Nonostante la più conosciuta sia la pelle PU, recentemente sono apparse diverse alternative innovative e più sostenibili.
Tra queste troviamo:

Appleskin

Prodotta dall’azienda di Bolzano Frumat Leather, l’Apple Skin, come deducibile dal nome, è una similpelle prodotta dagli scarti industriali delle mele (quali torsoli e pelli). E’ composta al 50% da scarti di mele e al 50% da poliuretano, quindi non si tratta di un prodotto compostable o riciclabile. Tuttavia, permette di valorizzare un prodotto di scarto che altrimenti necessiterebbe di un processo di smaltimento.

 

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Portafogli in Appleskin

 

Pinatex

Creata dal Dr. Hijosa e prodotta dalla sua compagnia Ananas Anam Ltd, il Pinatex è un prodotto derivante dalle fibre delle foglie di Ananas. Certificato B-Corp ed ispirato alla filosofia Cradle to Cradle, il Pinatex permette di recuperare un prodotto di scarto e trasformarlo in una nuova risorsa. La fibra della foglia d’ananas viene mescolata ad una bioplastica derivante dal mais (PLA) e tinta con pigmenti certificati GOTS.
Il Pinatex è ora utilizzato da oltre 1000 brand di moda e design, tra cui Hugo Boss, H&M e la catena di hotel Hilton.

pinatex process

La filiera di Pinatex

 

Mylo

Mylo è la pelle vegana ideata dalla società di biotecnologia Bolt Threads. Oggi scelta da Adidas, Kering e Stella McCartney, questo tipo di pelle vegana è deriva del micelio, una delle parti che compongono le radici dei funghi, ed un substrato di steli di mais e sostanze nutritive. Attraverso coltivazione verticale, energia rinnovabile e concerie certificate, l’impatto di Mylo è decisamente più basso di quello della pelle animale.

Si tratta dell’unico materiale di questa lista privo di una componente in plastica o bio-plastica. Secondo il sito di Mylo, si tratta quindi di un prodotto biodegradabile.

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Mylo nero

Cosa comprare?

A seconda delle possibilità economiche, i credi etici e le preferenze estetiche le soluzioni possono essere diverse.

Etica vegana e cruelty free

Per quanto riguarda l’etica vegana, si potrebbe pensare che l’uso di pelli in PVC sia la risposta più corretta alla ricerca di indumenti vegan friendly. Tuttavia, l’utilizzo di materiali poliuretanici non solo danneggia l’ambiente, ma anche l’habitat di animali marini, inquinato da microplastiche. Di conseguenza, anche se indirettamente, le pelli in PVC si scontrano nuovamente con l’etica cruelty-free.

I nuovi materiali di origine vegetale possono essere considerati un’ alternativa migliore per coloro che puntano ad un maggiore rispetto della fauna. Tuttavia, molti materiali di origine vegetale contengono al loro interno resine e plastiche che li rendono resistenti, ma al contempo non compostabili.

 

Le emissioni degli allevamenti intensivi

I costi di un indumento in ecopelle sono sicuramente i più alti: il procedimento rende il prodotto piuttosto ricercato e più costoso rispetto a prodotti in similpelle o della pelle classica. Inoltre, nonostante i procedimenti siano controllati e porti lo stampino “eco”, secondo le ricerche della Sustainable Apparel Coalition i risultati riportati dall’High Materials Sustainability Index (Higg MSI) dimostrano che il cuoio derivato dalle mucche è tre volte più dannoso di un una pelle in PU.

Non si tratta di un dato sorprendente considerando che i soli allevamenti intensivi (dai quali per il 99% derivano le pelli utilizzate per creare eco-cuoio) sono responsabili dell’emissione del 18% dei gas serra (GHG). Nonostante dunque la pelle derivante dall’industria alimentare sia un prodotto di scarto, il rischio di andare a finanziare un’industria altamente inquinante rimane. A questo punto, è più inquinante recuperare un materiale che altrimenti andrebbe buttato, sostenendo un’industria non sostenibile? O lasciare che il materiate venga buttato?

 

Durabilità

L’ultimo elemento da toccare è la durata del materiale. Se il poliuretano ha dimostrato di essere di minore impatto ambientale, è anche minore il tempo per poterlo indossare. Le statistiche infatti porterebbero una giacca in similpelle ad avere una durata di massimo una decina di anni, contro i 20 e più di un prodotto in vero cuoio. Per quanto riguarda i materiali rigenerati, la durata è incerta e variabile e, visto l’utilizzo di plastiche o agenti per renderli più resistenti, la stessa riciclabilità non è sicura. Nonostante ciò, le stesse aziende che producono indumenti con materiali innovativi si stanno occupando di creare progetti di economica circolare, recuperando i prodotti e dando loro una nuova vita. Un’esempio è il progetto Il Giardino di Betty al quale l’azienda Womsh aderisce per il riciclaggio delle loro scarpe, tra cui quelle in AppleSkin. Il progetto prevede il riutilizzo delle scarpe per la creazione di pavimentazioni per i parchi giochi dei bambini.

 

L’opzione più sostenibile? Deadstock e Vintage

Nonostante molte siano le alternative a cui si è arrivati fino ad oggi, la risposta in assoluto più sostenibile rimane quella di andare a riutilizzare indumenti pre-esistenti a sostegno di un’economia circolare. Questo può essere fatto attraverso la compra vendita di pellami vintage, oppure utilizzando i ‘deadstock’, ovvero quelle merci che invendute si accumulano stagione dopo stagione rendendone difficile lo smaltimento.