L’ecopelliccia non ha niente di eco

ecopelliccia

L’ecopelliccia non ha niente di eco

di Aline Albertelli

 

“Ma è vera?“

“Non scherzare, è eco!”

Dicembre, a Milano l’albero di Swarovski e le luci natalizie ritornano, per le strade si percepisce la voglia di cioccolata, neve e settimana bianca; ma con queste altre voglie si sono risvegliate, il freddo novembrino par aver fatto rispolverare quei capi tanto amati quanto discussi: le pellicce.
Pellicce rosa, gialle, colletti, colbacchi e pompon
di pelo,  più si gira per le vie del centro milanese più si possono vedere dettagli apparentemente animali. Apparentemente, perché alla domanda “Ma è vera?” la risposta ricevuta è “Non scherzare, è eco!”. Eco, parola tanto amata quanto abusata.
Le pellicce finte sono infatti tanto vicine all’ecosostenibilità quanto il Vestito Verde lo è a Zara.

Meno costose, più colorate, più versatili, “animal friendly” le pellicce sintetiche sono diventate ai giorni nostri di interesse maggiore rispetto alle pellicce naturali. Tuttavia, siamo certi che dietro il logo del “coniglietto” non ci sia un danno maggiore o eguale a quello provocato dalle pellicce vere?

La storia

La storia della pelliccia

In origine, il motivo principe per la produzione delle pellicce sintetiche non è stato, come invece è oggi, di ordine etico, ma economico. L’inaccessibilità economica delle pellicce naturali portò le industrie tessili a sostituire le pellicce di visone e castoro, molto più costose, con pelo d’alpaca. Il risultato furono riproduzioni false, ma più abbordabili, del capo di lusso. Si riconosce il 1929 come anno di inizio per la produzione; particolare come i motivi evidenziati in precedenza siano ricalcati dalla data, corrispondente all’anno del giovedì nero in America.

Solo nel 1950, con l’evoluzione dell’industria tessile, e assieme ad essa quella chimica, si iniziano a vedere i primi esemplari di pelliccia sintetica non più derivante dall’alpaca, ma da polimeri acrilici. L’introduzione di questi materiali rese più facile l’imitazione della pelliccia vera, soddisfacendo così più facilmente la domanda. I polimeri acrilici utilizzati, o come oggi vengono chiamati: i modacrilici, sono prodotti di sostanze chimiche derivate da carbone, aria, petrolio, calcare e sono il risultato di una reazione chimica (monomero acrilonitrile) in condizione di elevata pressione e calore. 

Le insistenti lotte contro la pelliccia vera e le molteplici campagne pubblicitarie pro pelliccia sintetica hanno avuto come risultato un ribaltamento, oggi infatti le finte pellicce risultano spesso più costose di quelle vere (interessante notare come la richiesta condizioni il prezzo molto più del materiale utilizzato).

 

L’impatto ambientale: ecopelliccia e pelliccia vera a confronto

ecopelliccia

Contrariamente a quanto pensano coloro che sfoggiano le pellicce “ecologiche” come dichiarazione del loro status animalista/ambientalista, è importante sapere che l’utilizzo dei materiali sopracitati aggiunge le pellicce finte alla lunga lista di indumenti che rilasciano microplastiche e dunque tutt’altro che eco-friendly.

Ma anche la pelliccia vera non può vantare l’aggettivo “naturale”, e questo per due ragioni.
La prima è che di naturale ha solamente gli esseri viventi con cui è prodotta. Questo aspetto ovviamente non si concilia con un approccio animalista, poiché si tratta di esseri che per la maggior parte dei casi hanno vissuto tutta la vita in cattività. 

La seconda ragione, più legata ad aspetti ambientali, va ricondotta al fatto che anche gli animali  utilizzati per la produzione di pellicce vengono da allevamenti intensivi, una delle prime cause del riscaldamento globale. Inoltre il trattamento finale dell’indumento comporta l’applicazione di prodotti chimici inquinanti volti al mantenimento del prodotto nel lungo periodo.

A questo punto dunque, come giostrarsi nei confronti dell’argomento? Si può essere certi del minore impatto ambientale provocato dalle pellicce finte rispetto a quelle vere? Il danno nei confronti dell’animale è maggiore nel caso in cui la sua vita è volta alla produzione di un indumento oppure nel caso in cui il suo habitat è contaminato da microfibre presenti anche all’interno del suo stomaco?  

Difficile a dirsi. Soprattutto data l’innumerevole presenza di certificazioni e controcertificazioni prodotte da enti pro e contro la pelliccia, che forniscono dati estremamente contrastanti in termini di emissioni di CO2 e impatto ambientale.

D’altronde, il paragone tra i due prodotti non è facile, perché le differenti forme di produzione dell’uno e dell’altro capo rendono la comparazione quasi impossibile. L’unica certezza è che in entrambi i casi si ha a che fare con un prodotto ad alto impatto ambientale. Il male minore pertanto – se si desidera acquistare una pelliccia – sembrerebbe quello di non alimentarne la produzione acquistandone di nuovi, ma riciclare quelli vecchi acquistando capi usati.

 

Le innovazioni

Stella mccarteny

Ma non è perduto, l’avanzamento dell’industria sintetica in una direzione più ecologicamente sostenibile sta dando i primi frutti. Un esempio di ciò è Koba, la prima pelliccia rivoluzionaria presentata da Stella McCartney in occasione della sfilata primavera/estate 2020. Si tratta di una pelliccia ibrida realizzata con un materiale di origine vegetale, Sorona (brevettato da DuPont) e da poliestere riciclato creato grazie alle tecnologie dell’azienda francese Ecopel.

Nonostante questi segnali positivi provenienti dall’industria della moda non si può dire che il problema sia risolto. Il target d’acquisto per una pelliccia ibrida rimane molto elevato rispetto a quello di una pelliccia sintetica e dunque, se alla pelliccia non si può proprio fare a meno, al momento la soluzione più ecologica sembra essere quella di riutilizzare la pelliccia naturale che la nonna o la prozia hanno nell’armadio o andare in un negozio vintage e trovarne una che possa soddisfare i propri gusti.

I siti che consigliamo per l’acquisto di vintage sono Vestiaire Collective e The Real Real: entrambi forniscono un controllo da parte di professionisti per verificare l’autenticità dei capi, assicurando un acquisto di qualità.

 

Invertiamo il paradigma?

Giunge però un interrogativo.
Continuando a produrre capi che rimangono più fedeli possibile alle pellicce anche se meno inquinanti e alimentando la vendita del prodotto anche se vintage e dunque riciclato, non si rischia di stimolare ulteriormente il desiderio nel pubblico?

Non sarebbe più facile eliminare il problema alla base orientando il mondo della moda – e quindi i gusti dei consumatori – verso alternative altrettanto valide?

 

Sitografia
Il Sole 24 Ore
The Good Goods
Antoniette Dema