La sostenibilità della canapa (e un confronto con l’impatto di altre fibre naturali)

canapa nell'abbigliamento

La sostenibilità della canapa (e un confronto con l’impatto di altre fibre naturali)

Da almeno diecimila anni la pianta della canapa accompagna l’uomo in quasi tutti i continenti del mondo. Nel The Columbia History of the World, lo storico John A. Garraty afferma che “la più antica reliquia dell’industria umana è un pezzo di tessuto di canapa risalente circa al 8.000 a.C.”. Dunque è probabile la canapa sia stata la prima pianta ad essere coltivata come fibra tessile.

A differenza di quanto avviene con altre fibre tessili – visto il burrascoso passato proibizionista – studi e dati a riguardo non abbondano, anzi. Ad oggi però, la canapa è considerata una grande alleata della moda sostenibile. Perché?

L’impatto ambientale

Il report Ecological footprint and water analysis of cotton, hemp and polyester dello Stockholm Environment Institute mette a confronto le caratteristiche della canapa e quelle di cotone e poliestere. Nonostante anche queste ultime possiedano elementi positivi, la canapa ne presenta un numero decisamente maggiore.

Il primo punto di forza della pianta sta nella sua coltivazione. A differenza delle altre sue due colleghe, questa fibra tessile necessita di un bassissimo utilizzo d’acqua e di una limitata quantità di terra per crescere. Per fare un paragone concreto, la sua coltivazione richiede il 50% in meno d’acqua rispetto al cotone, e rispetto a quest’ultimo ha anche un rendimento maggiore: un solo ettaro di canapa produce la stessa quantità di fibra di due ettari di cotone.

In più, non ha bisogno di grandi quantità di pesticidi, fertilizzanti sintetici o diserbanti. La pianta infatti cresce rapidamente – nel giro di tre mesi può raggiungere anche i cinque metri di altezza – e non attira molti parassiti. Anche in questo caso vince sul cotone: la sua produzione consuma infatti il 18% dei pesticidi e il 25% degli insetticidi a livello mondiale. 

Infine, arriva a restituire anche il 60-70% dei nutrienti che prende dal suolo: e non sono le uniche risorse rilasciate dalla canapa. Tutti sanno, infatti, che gli alberi  assorbono CO2 e rilasciano ossigeno. Ma forse non tutti sanno che, secondo quanto emerge dallo studio The Role of Industrial Hemp in Carbon Farming, la pianta della canapa possiede la stessa proprietà: un ettaro di canapa può assorbire fino a 22 tonnellate di anidride carbonica.

canapa nell'abbigliamento

 

Una produzione tendenzialmente sostenibile

Non bisogna fermarsi ai lati positivi della coltivazione: bisogna anche considerare la stigliatura, ossia il processo per separare dalla corteccia della pianta le fibre per il tessuto. Per quanto riguarda l’utilizzo di acqua, anche in questo caso la canapa vince sul cotone, che utilizza una quantità di acqua quattro volte superiore.

Le varie fasi della stigliatura possono essere effettuate meccanicamente, senza usare agenti chimici tossici, ma esistono anche metodi per velocizzare e rendere più economica la macerazione – a discapito però dell’ambiente. Per esempio, nella fase di pulizia e ammorbidimento della fibra possono venir usati allo scopo soda caustica e risciacqui acidi.

Inoltre, l’impatto del tessuto non si ferma necessariamente una volta creato: la tintura può comportare infatti conseguenze negative a livello ambientale, a seconda della tecnica utilizzata. L’acqua usata nel corso di questi procedimenti, infatti, necessita di essere depurata prima di venir riversata nell’ambiente. Tuttavia filtrare le acque di scarico è un’operazione particolarmente costosa, di conseguenza – soprattutto nel caso delle tinture – vengono spesso scaricate illegalmente nei fiumi. Inutile dire che un costo alto per il produttore, diventa altissimo per l’ambiente.

Quindi, se la coltivazione della canapa è sostenibile, la produzione di fibra tessile da essa può essere sostenibile.

 

Durabilità e smaltimento

La canapa è tendenzialmente una delle fibre organiche più forti e resistenti ad oggi disponibili – probabilmente a distanza di anni, potete ancora trovare oggetti in questo materiale a casa dei vostri nonni. Pensate che per esempio, i vestiti in canapa possono arrivare ad avere il triplo della resistenza alla trazione rispetto a quelli in cotone. Inoltre, trattandosi di una fibra naturale e non sintetica, non rilasciano microplastiche nell’ambiente dopo i lavaggi.

Anche quando giunge al termine della sua vita, la canapa è biodegradabile, compostabile e riciclabile – sebbene trattamenti come la tintura possono rendere questi processi più difficoltosi. 

Secondo il report “The environmental impacts of the production of hemp and flax textile yarn”, circa il 78% degli scarti che derivano dalle operazioni di stigliatura della canapa vengono riciclati e possono essere reimpiegati in altri numerosi ambiti. 

Ogni parte della pianta della canapa può infatti essere utilizzata in modi diversi. La parte fibrosa che si trova all’esterno (il tiglio) è destinata ad usi tessili; quella interna, più legnosa, (il canapulo) è usata nell’ambito dell’edilizia. Dai semi, invece, si possono ricavare olii per produzioni agroalimentari, di cosmetici o di biocombustibili. Nel processo di stigliatura, inoltre, dalla fibra tessile viene ricavata la stoppa, che può essere usata per produrre carta, o come guarnizione idraulica e imballaggio.

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La canapa in Italia

All’inizio del Novecento in Italia erano presenti circa 80mila ettari di coltivazione di canapa. Fino agli anni ‘50, il nostro paese era considerato il primo produttore mondiale per qualità del tessuto – al secondo posto, subito dopo la Russia, per quantità. Oggi però non è più così: cos’è successo?

Il declino della coltivazione della canapa tessile nella penisola coincide con l’aumento di produzione di nuove fibre meno dispendiose, come ad esempio il cotone. Ma anche, ovviamente, all’inizio di quel processo sociale che la porterà ad essere associata quasi esclusivamente agli stupefacenti.

Nel 1975 con la legge n.685 sulla “Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” si diffuse la convinzione per cui la coltivazione della canapa fosse vietata in toto, mentre nel testo si faceva riferimento solo alla Cannabis indica, e non a quella sativa – quindi solo a quella utilizzabile a scopo ricreativo o terapeutico. Il settore, dunque, fu totalmente abbandonato.

Anche se oggi la situazione è cambiata rispetto agli anni ‘70, i decenni di abbandono continuano a pesare immensamente sul settore. In Italia ci sono solo due impianti di stigliatura, non sono sempre funzionanti a causa della mancanza di materia prima. Inoltre, il processo per far ripartire la filiera, creando innanzitutto nuovi impianti di questo tipo, è estremamente costoso.

Qualche timido passo in avanti comunque c’è: negli ultimi cinque anni i terreni coltivati a canapa nel nostro paese sono aumentati di dieci volte, superando i 4000 ettari. Tuttavia, non sono i settori storicamente legati a essa i principali destinatari delle produzioni: l’industria tessile e quella cartaria, infatti, lasciano il posto al settore della bioedilizia e soprattutto a quello alimentare.

Ancor meno rappresentati, invece, sono i settori più innovativi per l’utilizzo della canapa, ovvero quelli legato a bioplastiche e biocarburanti.

coltivazione canapa in italia anni 50

Foto di dolcevitaonline.it

La canapa nel prossimo futuro

Il mercato globale della canapa tessile è destinato a crescere. Nel 2020, a discapito della pandemia, i dati di Technavio hanno previsto un aumento di 3,35 miliardi di dollari nel periodo compreso tra il 2020 e il 2024.

“La crescente domanda di canapa nell’industria tessile è attribuita alla superiorità tecnologica, ecologica ed economica della canapa […] L’elevata domanda da parte dell’industria tessile guiderà la dimensione del mercato della canapa industriale durante il periodo di previsione.”

Nel report vengono analizzate anche le aree geografiche che hanno guidato nel 2019 la quota di mercato della canapa industriale. La regione APAC (acronimo con cui ci si riferisce all’Asia e alle nazioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico) trionfa, seguita dal Nord America e dall’Europa.

Un ritorno su larga scala alla canapa industriale sarebbe indubbiamente un enorme passo avanti per un’industria tessile sostenibile.